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Ci ammazziamo a scavarlo (lo zolfo), poi lo trasportiamo già alle marine, dove tanti vapori inglesi, americani, tedeschi, francesi, perfino greci, stanno pronti con le stive aperte come tante bocche ad ingoiarselo: ci tirano una bella fischiata e addio! …E la ricchezza nostra intanto, quelle che dovrebbe essere la ricchezza nostra, se ne va via così dalle vene delle nostre montagne sventrate, e noi rimaniamo qui come tanti allocchi, con le ossa rotte dalla fatica e le nostre tasche vuote. Unico guadagno: le nostre campagne bruciate dal fumo.

Tratto dalla novella "Il Fumo", Luigi Pirandello

 

 

Le vicende delle miniere di zolfo rappresentano un momento storico per la Sicilia dai risvolti agrodolci. Uno dei luoghi simbolo di questa pagina di storia fatta di sofferenze e fatiche è rappresentato dalla miniera di Floristella. Un’importante area archeologia ed industriale, diventata nel 1991 il “Parco minerario Floristella – Grottacalda”, che assieme agli altri impianti di estrazione delle zolfo ha permesso alla Sicilia di diventare il primo esportatore mondiale di zolfo per circa un secolo.

La miniera è situata tra i comuni di Enna, Valguarnera, Aidone e Piazza Armerina e conserva ancora oggi i segni di quegli anni e delle fatiche ben visibili nelle strutture che ormai sono dismesse e abbandonate.

Nelle miniere i metodi di estrazione delle zolfo erano alquanto primitivi e questo perché i proprietari e i gabelloti (che gestivano i singoli giacimenti) preferivano il profitto immediato all’investimento per il futuro. La commercializzazione dello zolfo veniva gestita dagli operatori stranieri, soprattutto inglesi, i quali assicuravano il pagamento anticipato sulle consegne. Il minerale estratto allo stato grezzo veniva trasportato nei porti di Licata, Catania e Porto Empedocle che a loro volta lo inviavano all’estero in paesi come l’Inghilterra e la Francia. In questo modo di fatto si accontentavano un po’ tutti: dai proprietari ai gabelloti sino ad arrivare agli operatori commerciali che agivano sul mercato estero. Questo generava una cultura della rapina e il fenomeno dello sfruttamento indiscriminato nei confronti degli operai e soprattutto dei cosiddetti “carusi”. Si tratta di bambini che venivano venduti dalle famiglie povere ai picconieri, i quali in cambio versavano il “soccorso morto” (detto così perché non comportava interessi), che consisteva nel restituire alle famiglie una quota in cambio dell’utilizzo del bambino per un determinato numero di anni. Ciò avveniva fin quando il “caruso” era in grado di estinguere il debito con il proprio lavoro. Si capisce bene che questa sorta di legame andava ben al di là del rapporto di lavoro tra i due. Infatti era un modo per creare sudditanza morale del caruso nei confronti del picconiere. A tal proposito un passo di Vittorio Savorini in una sua inchiesta sulle condizioni dei lavoratori nelle zolfare siciliane descrive bene le condizioni di questo sfruttamento interoperaio: “E’ a causa di questo preesistente debito che il caruso non riceverà altro che acconti e quel che è peggio quasi sempre in natura, che sono tra gli zolfatai chiamati “spesa”, e consistono in forniture di grano, in olio e spesso in solo pane. Dal lavoro in miniera, il caruso resterà segnato per tutta la vita. Oltre a subire innumerevoli abusi sessuali e violenze di ogni tipo, lo schiavo caruso comincia a patire di malattie agli occhi, di rachitismo e deviazioni della colonna vertebrale”. 

La miniera di Floristella e tutte le altre ormai chiuse da alcuni decenni nel territorio siciliano, fanno parte di un mondo arcaico caratterizzato da indicibili sofferenze ma che appartiene di diritto alla cultura siciliana. Oggi si sta cercando di rivalutare l’Ente Parco minerario attraverso il recupero e la valorizzazione dell’area, il restauro del Palazzo Pennisi, il ripristino della tratta ferroviaria Floristella Grottacalda. L’idea è quella di creare un vero e proprio polo di attrazione culturale e turistica attorno ad una delle zolfatare più grandi della Sicilia. Questo permetterebbe sia di fare un’esprienza toccando con mano i segni ”d’u veru infernu” della solfara siciliana e anche di restituire alla memoria collettiva un luogo simbolo della schiavitù dell’uomo, da ricordare per non dimenticare.    

Link all'articolo:

Il reportage sul sito de I Siciliani Giovani, storica rivista di politica, attualità e cultura di Catania

Il reportage sulla rivista Erodoto 108 - Viaggi, Luoghi e Persone, di Firenze

La miniera di Floristella e Grottacalda
Un monumento dello sfruttamento del lavoro per non dimenticare
di Dario Lo Presti

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