IL TRAMONTO DELLA CIVILTA' ISLAMICA IN SICILIA

La persecuzione contro i musulmani e il dissolvimento materiale della cultura araba

di Dario Lo Presti e Francesco Nicosia, Collettivo Fotografico Scatto Sociale

Nell’ambito di una manifestazione itinerante per rileggere e riscoprire le vicende storiche degli arabi in Sicilia, si è svolta a Siracusa, presso la Casa del Libro Rosari Mascali, la presentazione di un saggio storico scritto dallo studioso Carlo Ruta dal titolo “Il Crepuscolo della Sicilia Islamica”. L’indagine si concentra sulle circostanze che hanno determinato la distruzione e la scomparsa della civiltà islamica in Sicilia. La teoria di fondo dell’autore è che la fine materiale della civiltà islamica va di pari passo con la sistematica persecuzione etnica dei cristiani sui musulmani.

A partire dalla fine del tredicesimo secolo non sono state rinvenute più tracce di edifici come moschee, ribatat e fortificazioni della dominazione araba e questo fatto di per sé sembra non avere riscontri nella storia della Sicilia. Gli arabi hanno dominato la Sicilia per circa tre secoli durante i quali hanno costruito fortificazioni, moschee, pulpiti per le prediche degli imam, palazzi e altre costruzioni civili e monumentali. L’intento era quello di arabizzare il territorio diffondendo la religione musulmana. La città di Palermo all’epoca rappresentava l’emblema di questa dominazione. Infatti era piena di moschee e si presentava come una delle più importanti capitali del Mediterraneo in quanto centro nevralgico interessato dai grandi commerci di mare. Nel dodicesimo secolo l’isola ha vissuto un ripristino della cristianità fortemente voluto soprattutto dal Pontificato di Roma, il quale si è servito dei Normanni per portare a compimento il suo disegno. La Chiesa pretendeva la conversione degli islamici al cattolicesimo e aveva tutto l’interesse a spingere i cristiani ad alimentare l’odio contro l’etnia araba. I Normanni invece avevano una posizione più ambivalente e per certi aspetti conciliante con gli sconfitti, accontentandosi della loro servile sottomissione. Questo avvenne per diverse ragioni. I Normanni riconoscevano giuridicamente qualche libertà di culto agli arabi in cambio del pagamento di tributi, ma soprattutto non potevano fare a meno della loro esperienza ed abilità in campo amministrativo. Ciò è testimoniato dal fatto che negli ambienti di corte c’era un forte interesse per la lingua araba e il settore amministrativo era affidato a personale soprattutto arabo. Ci sono inoltre motivi di natura politica ed economica. La protezione delle etnie sottomesse permetteva ai Normanni di sottolineare ed imporre la loro esclusiva sovranità contro le pretese del pontificato di Roma, che auspicava la totale repressione dei musulmani e il pieno controllo cristiano. Sul piano economico poi erano in gioco anche rapporti commerciali tra la Sicilia e i paesi islamici del Maghrib.  Adi là di tutto questo comunque i Normanni non rinunciarono a commettere azioni repressive ed atti di sterminio sui musulmani, i quali venivano sistematicamente perseguitati ed isolati in misura maggiore dalla nobiltà latina e dall’alto clero dell’isola che non accettava la convivenza con gli “infedeli”. Con il regno di Federico II furono distrutte le abitazioni dei musulmani, vennero eseguiti stermini di massa e deportazioni a Lucera in provincia di Foggia delle comunità superstiti che vennero definitivamente eliminate. Così si decretò la fine della presenza islamica in Sicilia. In Spagna invece, altro caso unico nella storia di dominazione araba, la reconquista cristiana è andata in maniera diversa. Secondo l’autore non c’è dubbio che storicamente la repressione dei moriscos da parte dei re cristiani sia stata altrettanto distruttiva. Tuttavia c’è da dire che la Spagna ha assunto un atteggiamento di rispetto verso l’etnia araba creando le condizioni per un clima di convivenza e dialogo reciproco. I re cristiani si sono impossessati del mondo arabo senza però distruggere gli edifici della dominazione araba presenti, ma reintegrandoli nel nuovo ordine e nel nuovo potere.

Le vicende degli arabi di Sicilia meritano di essere rivalutate e rilette soprattutto alla luce di quanto sta accadendo nel Medio Oriente con la nascita della Stato Islamico che sta incoraggiando e fomentando uno scontro di civiltà con l’Occidente. Scatto Sociale ha intervistato lo studioso Carlo Ruta sulla situazione odierna in Sicilia, in cui è presente un clima di convivenza e rispetto tra le comunità locali e la presenza degli arabi.

A fronte di quanto detto sulla ricchezza della colonizzazione araba, se guardiamo al presente con le forti immigrazioni e l’apertura che la Regione siciliana sta dimostrando nei confronti del mondo arabo, realizzando in concreto la costruzione di diverse moschee tra cui quella di Catania che è considerata la più grande del Meridione, lei come legge tutto questo?  Sulla prima domanda riguardante le moschee la mia opinione è altamente positiva. Direi che proprio per l’impegno di riconoscimento di questi secoli della Sicilia araba, che sono stampati dentro le popolazioni siciliane, è chiaro che aprire un discorso d’interlocuzione, anche da un punto di vista religioso, attraverso la costruzione di moschee, credo abbia una notevole importanza dal punto di vista dell’integrazione.

Si può parlare d’integrazione culturale o più sottilmente di un potere politico che cerca di raggiungere l’Occidente? Il discorso se ci possono essere in questi processi d’integrazione dei secondi fini io non credo, perché noi dobbiamo tenere presente, e questo i giornali purtroppo non lo dicono, che l’Islam in questo momento è una delle più grandi religioni in assoluto nel mondo che coinvolge un miliardo e mezzo di fedeli. Voi immaginate, se ci fosse un secondo fine, cosa potrebbe essere già accaduto e cosa potrebbe accadere ancora oggi. E’ chiaro che siamo di fronte ad una grande religione di massa e non bisogna guardare all’elemento arabo nella sua connotazione esclusivamente fondamentalista e integralista, fondato su una lettura stereotipata del corano. Noi dobbiamo invece renderci conto che siamo di fronte ad una grande cultura, che si è espressa anche in Europa, che ha espresso anche valori universali di dialogo e integrazione, si parlava poco fa della Cordova dei califfi e degli emiri, in cui effettivamente c’era una simbiosi, una unione tra le varie etnie per un fine comune che era il raggiungimento del benessere sociale. In Spagna si è raggiunto il livello più alto sotto il profilo economico in quel periodo. Basti pensare che all’epoca della colonizzazione araba in Sicilia, la città di Roma aveva quarantamila abitanti mentre Cordoba ne contava un milione e duecentomila. Le religioni non devono essere e non sono state sempre un terreno di scontro, ma anche un terreno di interlocuzione, non solo religiosa ma anche culturale e io direi anche economica, perché un miliardo e mezzo di cittadini islamici danno un contributo notevole alle ricchezze del nostro pianeta.

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